Picc e Pala

venerdì 20 aprile 2012

IL 25 APRILE: ATTUALITA’ DI UNA RICORRENZA, OVVERO QUANDO LA PRIMAVERA DIVENNE STORIA NEL NOSTRO PAESE

Da quel giorno di primavera in cui l’insurrezione generale di un popolo, in armi e senza uniformi, liberò l’Italia dal regime fascista e dall’invasore nazista, la data del 25 Aprile, fu chiamata per consuetudine “Il giorno della liberazione”. Sapendo che la fonte del diritto è la consuetudine, questo giorno e diventato per legge, cioè per volontà del popolo, una ricorrenza. Fu poi lo stesso popolo che, attraverso i propri rappresentanti, diede vita alla Costituzione, la quale altro non è che un patto sociale tra uomini liberi, la madre di tutte le leggi, la legge primaria dello Stato che indica i principi fondamentali che regolano la nostra convivenza civile e politica. Non è una costituzione donata, come quella che il re Carlo Alberto diede al Piemonte e che poi adottò tutta l’Italia Risorgimentale, ma una Costituzione scaturita dalla lotta di liberazione di un intero popolo. Liberazione dall’impedimento di conoscere altre esigenze politiche, dalla miseria e dalla fame, dalle atrocità della guerra, dai divieti di tutto ciò che non era espressione della così detta cultura fascista. La liberazione fu ottenuta attraverso un itinerario terribile, fatto di sofferenze e di morte, ma allo stesso tempo, fu un patrimonio collettivo che nessuno di noi, finita la guerra, ha abbandonato. Per comprenderlo ed apprezzarlo basta aver letto e conosciuto la storia dei tanti combattenti che hanno vissuto quell’itinerario terribile. Uno di questi, Giacomo Ulivi, di 18 anni, quando fu arrestato, perché partigiano, pochi momenti prima di essere fucilato, scrisse una lettera ai suoi compagni di scuola. Spiegò perché era diventato partigiano, ed al termine concluse dicendo: “Vi devo lasciare, il picchetto che mi deve fucilare è venuto a predermi, ma vi prego, cari amici, non pensate a me come ad un eroe: ci vuole meno a morire per un’idea che non vivere ogni giorno per quell’idea”. E’ stato un messaggio forte e fu così diffuso, assimilabile a molteplici altri analoghi, che segnarono lo spirito democratico e antifascista della nostra Costituzione, ma il fascismo non è morto, “Il ventre che ha partorito questa bestia immonda è ancora fecondo”. Nuovi fascismi si sono rigenerati e nuove forme di razzismo vengono adottate che sfociano in vere e proprie forme di squadrismo tra i quali emerge anche nella nostra Provincia, CasaPound. Questi ultimi fondono la loro attività “sull’immaginario combattivo, negazionista e rivoluzionario della destra sociale legate al combattimento delle squadracce …” Uno dei loro motti è l’idea guida che Mussolini imponeva ad ogni cittadino: “Credere, obbedire, combattere”. Dobbiamo contrastare questo slogan anche culturalmente, oltre che fisicamente a chi lo ripropone, in rapporto alla vita democratica: “La vita democratica non ci dice di credere, ci dice e ci domanda di ragionare. La democrazia non ci dice di obbedire, ci dice di scegliere, perché obbedire può essere perfino comodo, ma non ci toglie la responsabilità che quello che decidiamo lo decidiamo solo per noi, ma anche per gli altri, perciò non dobbiamo obbedire, ma scegliere, non dobbiamo scegliere la guerra, quel combattere come dovere cittadino: no! Noi abbiamo il dovere di cercare le vie della pace per risolvere i problemi che ci sono all’interno dei paesi e nei rapporti tra i popoli”. Ecco la bellezza della democrazia ed il ripudio della violenza. La sua validità, rispetto al altre forme di governo, non consiste nel fatto che la democrazia sia infallibile, anche in democrazia si commettono errori. Guardiamo, per esempio, quanto è avvenuto nel “Ventennio breve” del governo Berlusconi e quanto sta avvenendo oggi con il cosiddetto governo tecnico di Monti, ma la democrazia ha questo vantaggio, che chiedendo a ciascuno di esserci, e di esserci come protagonista, riduce lo spazio possibile degli errori e delle manomissioni e, quando si commettono, rende più rapida la loro correzione. Quindi la qualità della politica si lega strettamente alla qualità della nostra partecipazione. Per questi motivi e con questo spirito invitiamo tutti i cittadini, i democratici, gli antifascisti, a partecipare come protagonisti a tutte le lotte in corso, per la democrazia nei posti di lavoro, per il lavoro e la giustizia sociale, per la pace ed il ritiro delle nostre truppe dalla zone di conflitto, per una vita collettiva a misura di uomo ed una sviluppo economico ecocompatibile, per una idea di libertà che si chiama: “Ora e sempre resistenza”.

La Federazione della Sinistra

di REGGIO EMILIA

mercoledì 18 aprile 2012

La lega nord di Reggio Emila


La lega nord ha governato il nostro paese per otto lunghi anni:ha votato tutte le leggi porcata del governo Berlusconi!

ha salvato Cosentino e l'ex Ministro Romano accusati di collusione con la camorra e la mafia!

ha prodotto quanto di più vigliacco ed inumano si potesse produrre in tema di accoglienza,sicurezza e politiche del lavoro(medici spioni,presidi spioni,pieno sostegno alle politiche antisindacali ed antioperaie dell'ex Ministro Sacconi)!

oggi è nella bufera giudiziaria ,a VARESE,a Milano ,a Genova,a REGGIO EMILIA!

è ACCUSATA DI NEPOTISMO FAMILIARE,DISTRAZIONE DI SOLDI PUBBLICI,DI ACQUISTO DI CASE CON RISTRUTTURAZIONI AD INSAPUTA DEI BENEFICIATI,DI MULTE FATTE PAGARE AL PARTITO,DI INTESTAZIONI DI IMMOBILI DONATI AL PARTITO,DI SPREGIUDICATE OPERAZIONI FINANZIARIE IN PAESI PARADISO FISCALE!

L'Onorevole ANGELO ALESSANDRI ha governato la lega EMILIA con pugno di ferro.!

ha cacciato tutti quelli che chiedevano il conto delle spese,non ha mai reso pubblico lo scontro interno parlando di panni sporchi da lavare in famiglia!

oggi non può accusare stanchezza del comando(lo hanno fatto fuori dal federale!)e promettere un passo indietro!

deve dimettersi ed all'atto delle dimissioni deve chiedere scusa per aver seminato odio e intolleranza civile nella città dei martiri del 7 luglio e dei fratelli CERVI!


SEGRETERIA POLITICA PRC REGGIO EMILIA


Il rischio dell'antipolitica


Ormai tutti sembrano cedere all'onda dell'antipolitica: "i partiti sono tutti uguali e tutti ladri". Noi non condividiamo i toni demagogici che sta assumendo il dibattito sul finanziamento dei partiti. Come ogni attività, la politica richiede energie, disponibilità di tempo e comporta costi. Sostenerli con risorse pubbliche è la condizione per garantire a tutti la possibilità di accedervi, ovviamente purché questo avvenga con meccanismi trasparenti, leggi chiare e vincolanti, ed è su questo che bisogna lavorare. Così come servono regole trasparenti sui contributi dei privati, se vogliamo evitare di consegnare il controllo della politica a lobby di finanziatori interessati. Destinare denaro pubblico ai partiti non è uno scandalo, ma un investimento nella de­mocrazia. Altri sono gli scandali, gli sprechi, le ruberie, il costo della corruzione. La giusta indignazione verso chi distoglie quelle risorse per fini personali tradendo la fiducia degli elettori e il vincolo etico della politica non può cancellare il ruolo essenziale dei partiti come strumenti della rappresentanza. Naturalmente i partiti devono ammettere la propria crisi e assumere la sfida del rinnovamento, per colmare la distanza con la società e restituire alle persone la percezione che la politica possa essere davvero utile al cambiamento e al progresso sociale. Non giova a questo scopo che i partiti si chiudano a riccio nella propria autodifesa, ma non giova neppure che voci autorevoli facciano di ogni erba un fascio accusando tutti i politici di essere una casta. Come se industriali, banchieri e ministri tecnici non fossero una casta pure loro. Non vorremmo che a quella dei politici si sostituisse la casta di chi si autodefinisce società civile. Inoltre i partiti NON sono tutti uguali basta dare un occhiata alla tabella pubblicata per rendersene conto.
Prc Villa Minozzo

mercoledì 11 aprile 2012

La Fornero chiude un sito. Il delirio e la censura

E' un provvedimento di una gravità inaudita e senza precedenti quello con il quale il Ministro del Lavoro ha ordinato alla Direzione Provinciale del lavoro di Modena l'immediata chiusura del proprio sito internet.

"Al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo anche per quanto attiene agli Uffici territoriali, si chiede alle SS.LL. di provvedere alla immediata chiusura del sito internet www.dplmodena.it".

E' questo il contenuto della nota che il Segretario generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha indirizzato lo scorso 5 aprile all'ufficio territoriale del proprio Ministero.

Un'iniziativa, quella del Ministro Fornero, politicamente inaccettabile e giuridicamente illegittima, sbagliata del metodo e nel merito.

Cominciamo dal metodo.

Quale che fosse il contenuto di talune delle pagine web – evidentemente invise al Ministro del lavoro – è evidente che nulla giustifica la chiusura di un intero sito internet per ottenerne la rimozione dallo spazio pubblico telematico. E' esattamente come chiudere un giornale a seguito della pubblicazione di un articolo che si ritiene – a torto o a ragione – diffamatorio. Anzi, peggio. E' come chiudere un ufficio pubblico perché uno dei dipendenti, funzionari o utenti che lo frequentano si è lasciato andare a qualche considerazione ritenuta inopportuna dal Ministro.

Il sito internet della Direzione provinciale del lavoro di Modena, rendeva accessibili al pubblico – un pubblico di oltre 18 milioni di utenti – migliaia di informazioni e documenti preziosi per i cittadini che ne visitavano le pagine.

Per convincersene è sufficiente visitare alcune delle pagine del sito ancora accessibili nonostante la censura ministeriale: notizie relative ai diritti dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione, informazioni e commenti relativi alla riforma del sistema pensionistico, pagine dedicate alle opportunità di lavoro per gli extra-comunitari o al rinnovo del permesso di soggiorno, solo per fare qualche esempio.

Centinaia di migliaia di contenuti sui quali si è abbattuta la mannaia censorea del Ministro Fornero.

Se la pubblicazione di taluni dei contenuti pubblicati sul sito era, davvero, illegittima – circostanza della quale è almeno lecito dubitare – il Ministero avrebbe potuto – a tutto voler concedere – dare al proprio ufficio indicazioni per la modifica o, a tutto voler concedere, per la rimozione.

Ordinare la chiusura di un sito internet è un gesto dettato o da un delirio di onnipotenza di un Ministro – e/o di un suo dirigente – che ritiene, evidentemente, di essere padrone dell'informazione o da una tanto profonda ignoranza delle dinamiche di circolazione dell'informazione online da risultare grave almeno tanto l'ipotesi del delirio di onnipotenza.

E veniamo al merito.

"Al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo".

E' questa la motivazione con la quale il Ministro del Lavoro ha disposto la chiusura del sito. E' uno scherzo? Un pesce d'aprile arrivato in ritardo?

Se così non fosse saremmo dinanzi ad uno dei più gravi attentati alla libertà di informazione ad opera di un Governo dal ventennio fascista ad oggi. Un provvedimento che ben avrebbe potuto portare la firma del Ministro per la propaganda di Mussolini o di quello dell'informazione di Saddam Hussein.

"Rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali" è, infatti, solo una parafrasi per dire che il Ministro non gradisce la diffusione e pubblicazione di notizie ed informazioni difformi dalle proprie. Fuori dal linguaggio istituzionale, il Ministro sta dicendo che non ammette che sulle pagine di un sito ricollegabile – in senso lato – al proprio Ministero siano pubblicate critiche ed opinioni contrarie alla propria azione di governo ed al modo di presentarla unilateralmente prescelto dal Ministro e dal suo staff.

E' un modo di guardare alla politica, al governo ed alla democrazia degno di un tiranno di altri tempi o del leader militare di una qualche dittatura anti-democratica: ci si sottrare al confronto, alla critica ed al dialogo a colpi di censura ed ordini di cancellazione di informazioni e contenuti sgraditi.

E' questa l'idea di sviluppo sociale e democratico che guida l'azione del Ministro Fornero? E' urgente che il Premier chiarisca la sua posizione al riguardo, prenda le distanze dal gesto del suo Ministro e la inviti, senza ritardo, a rassegnare le sue dimissioni. Non c'è miracolo economico né riforma del sistema del lavoro – ammesso anche che il Governo dei professori stia lavorando bene per perseguire tali obiettivi – che abbia un senso, se il prezzo da pagare è quello di accettare di risvegliarci in un Paese meno democratico e meno libero di quello nel quale abbiamo vissuto sino qui.

da Ilfattoquotidiano.it Mercoledì 11 Aprile 2012

mercoledì 4 aprile 2012

Riforma del lavoro. L’Italia come l’Argentina?


Venti anni fa il presidente argentino Carlos Menem abolì le leggi a tutela dei lavoratori ottenute dopo anni di lotte sociali, un provvedimento che neppure la dittatura militare aveva osato prendere.

Anche allora fu un tecnico ad occuparsi della riforma, Domingo Cavallo pose fine al "populismo peronista".

Il problema dell'Argentina di quegli anni era un'inflazione stratosferica e senza controllo. La prima mossa del duo Menem - Cavallo fu di stabilire il rapporto di parità peso-dollaro che ottenne lo scopo di far calare immediatamente l'inflazione.

Quindi il via ad una serie di riforme con l'obiettivo di migliorare la competitività e far ripartire l'economia. I risultati ottenuti nell'immediato permisero a Carlos Menem, per comportamento certo più simile a Berlusconi che a Monti, di essere rieletto e di proseguire il suo programma di macelleria sociale. Fatto di liberalizzazioni senza regole, di privatizzazioni e dismissioni di industrie pubbliche.

Menem e Cavallo si accanirono soprattutto sula flessibilità del lavoro, con la legalizzazione dei contratti a tempo determinato e la riduzione dei salari, ottenendo sì una diminuzione del costo del lavoro e un aumento dei profitti delle aziende, a fronte di un progressivo, devastante impoverimento della classe lavoratrice.

Anche il gettito previdenziale - pensionistico subì un calo drastico e venne di conseguenza privatizzato e gestito dalle grandi banche. Questo avrebbe dovuto portare l'Argentina ad occupare i primi posti nell'economia mondiale. Avvenne l'esatto contrario. L'industria entrò in una crisi profonda, le aziende chiudevano una appresso all'altra, la disoccupazione toccò livelli mai raggiunti nel paese sudamericano, che collassò nel dicembre 2001. Un paese devastato e sull'orlo della guerra civile.

I disoccupati erano un quarto della forza lavoro, le banche confiscarono i depositi dei correntisti. Intervenne il Fmi, ma quel denaro venne utilizzato per il salvataggio dei grandi capitalisti che esportarono all'estero trilioni di dollari.

Il sistema bancario argentino si trovò a disporre di una grande liquidità e cominciò a prestare denaro allo stato a tassi di interesse elevatissimi, stato che si svenava riversandolo al sistema pensionistico privatizzato e gestito dalle stesse banche. Intanto tre milioni di lavoratori rimasero senza lavoro e senza pensione. Anche qui il paragone con gli esodati non è, per certi versi, inopportuno, anche se la proporzione è fortunatamente sottodimensionata, al momento.

Alle elezioni del 2003, Menem si ritirò prima del secondo turno prevedendo una sonora sconfitta, vinse Nestor Kirchner che iniziò ad attuare un programma portato avanti dalla moglie Cristina eletta presidente nel 2007 e rieletta nel 2011. Abolire una ad una tutte le riforme di Domingo Cavallo: ripristinati tutti i diritti dei lavoratori, incrementate le pensioni e il sistema pensionistico tornato pubblico.

Con il ritrovato Stato sociale oggi l'Argentina è il paese con i salari più alti di tutta l'America latina e il costo del lavoro è inferiore al 2001.

La conclusione parrebbe ovvia, non è con i tagli a pensioni e salari e con la possibilità di licenziare i lavoratori che si stimolano gli investimenti e aumentano produttività e utili.

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